KOBURN

Rosso. Il futuro apocalittico ha il colore delle esplosioni nucleari, delle fiamme che divampano ovunque i pochi superstiti della guerra atomica lottino per sopravvivere. Rosso come le viscere che colano dai corpi di carne e metallo dei cyborg. Rosso, il colore della superficie degli oceani, prosciugati e trasformati in sconfinati deserti.
In questo universo virato ruggine, si aggirano rari stralunati viandanti. Tutti vivono alla giornata, nella disperata ricerca di cibo e della preziosa acqua, o piuttosto di risposte che soddisfino più profondi bisogni esistenziali.
Il protagonista, abbandonato lo scooter ormai inutilizzabile, si addentra tra polverose colline coperte di detriti, senza viveri né armi.
Avanza tra ricordi, incubi e deliri, finché incrocia un mezzo cingolato gigantesco, pilotato da un cyborg e dalla sua procace compagna umana. Viene raccolto e accompagnato verso una possibile speranza, verso il futuro, qualsiasi esso sia.
La somiglianza tra il cortometraggio e i vari emuli di Ken il guerriero o di Mad Max si limita agli aspetti più superficiali: cyborg, deserti, ruderi e rottami, violenza estrema, sesso e cannibalismo...
La scelta di introdurre all'inizio la didascalia attribuita a Pascal, "C'è abbastanza luce per chi vuole credere- C'è abbastanza buio per chi non vuol credere", rivela la vocazione filosofica.
L'assai sfruttata ambientazione del dopo bomba viene interpretata in chiave intimista: si vuol parlare della ricerca di sé stessi e del trascendente, in un mondo che non offre più alcuna facile certezza. La violenza, il delirio e la precarietà della vita sono solo un mezzo simbolico per dare voce a domande universali, a cui i personaggi offrono risposte diverse: il suicidio del guerriero della strada, il sesso che il cyborg pratica per mantenere il ricordo dell'umanità perduta, il vagare del protagonista...
Gli omaggi al trash e allo splatter si trasformano presto o tardi in strumenti finalizzati a rappresentare il tormento dell'uomo, smarrito in una realtà estrema che non ammette grandi speranze, ma tollera illusioni. Azzeccata in questo senso la scelta degli attori: se è vero che i dialoghi occupano poche battute, è altrettanto vero che la fisicità supplisce a spiegazioni altrimenti mal proponibili. Il protagonista ha tutta la presenza scenica necessaria: magro e trasognato, indossa occhiali da intellettuale e abiti stazzonati e abbinati in modo da ricordare i trench e le maglie stracciate tanto cari agli eroi del dopobomba. La citazione funziona nelle inquadrature in campo lungo o medio; nei primi piani i vestiti si rivelano di taglio classico, spaiate e malconce vestigia di un mondo "civile" che non esiste più. Contribuiscono, insieme all'espressione sofferente e alla corporatura asciutta, a suggerire allo spettatore possibili ipotesi sul background del protagonista.
Di solito, nelle pellicole dedicate all'apocalisse atomica, gli eroi ricordano per atteggiamenti, ruoli e look i cowboy dell'epopea western. Lottano per ristabilire la giustizia, o per trovare un'oasi felice in cui poter iniziare una nuova idilliaca vita, e compiuta la loro missione ripartono per raddrizzare altri torti altrove. La narrazione delle loro gesta è lineare; i fatti inscenati riguardano il presente ammettendo tutt'al più qualche rapido flashback a far luce sul passato. In Koburn, al contrario, gran parte delle scene di azione avviene nel ricordo del viaggiatore, e quindi appartiene al passato.

Addirittura, le sequenze della guerriglia e della lotta tra androidi si alternano a visioni da incubo, frutto degli stenti patiti e della solitudine. Il viaggio si frantuma in una serie di brevi episodi che ben riproducono, con toni psichedelici, il vissuto del viaggiatore, il suo inconscio. Eventi trascorsi si mescolano al presente e ad un futuro sognato, fino alla conclusione, con la pioggia che cade sui protagonisti e che forse rappresenta la speranza. La scena riprende per un attimo colore, riallacciandosi alle prime sequenze.

Ma è realtà, o solamente un sogno piacevole in mezzo a tanti incubi?

VOTO:  dl Cannonau per la rielaborazione intimista e trash cinefila

 

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